La differenza tra la poltrona e la posizione eretta

poltrona

Sebbene le cose migliori che la storia dell’umanità possa raccontare siano avvenute in posizione eretta, sebbene lo sviluppo del genere umano sia stato studiato osservando la posizione eretta, sebbene un leader lo si riconosca dalla posizione eretta, tuttavia la poltrona continua a suscitare il suo fascino, con quella sua seduta che ne ricorda altre meno edificanti, ancorché fisiologicamente necessarie al metabolismo.
In posizione eretta l’uomo dilata il diaframma, consentendo una maggiore ossigenazione degli organi vitali. In posizione eretta l’uomo vede lontano, benedice l’orizzonte, segna il perimetro della sua conoscenza e ne brama con passione lo sconfinamento. Da seduto l’uomo può compiere imprese solo nella misura in cui abbia indossato quella dignità che la posizione eretta può conferire. In posizione eretta l’uomo guarda il suo amico negli occhi ed esplora la mappa del retrosguardo del nemico. Seduto in poltrona egli non conosce, se non attraverso quello che altri gli raccontano o gli dicono di fare, con tutti i rischi connessi ad una conoscenza non vissuta in prima persona. Senza conoscenza diretta la poltrona assurge al rango di sabbia mobile.
La poltrona ha un senso solo con un libro tra le mani, un libro che dia valore aggiunto ai neuroni, scritto da chi a quelle parole sia giunto per il tramite di un travaglio interiore. Magari accanto a un camino, con una musica soave, composta da chi a quelle note sia giunto attraverso un percorso ardito di montagna o navigando per mari in burrasca.
Allora perché tanta bramosia nella corsa alle poltrone? Forse perché nella cultura occidentale hanno assunto una semantica imprecisa. Nelle migliori antropologie, quelle orientali per esempio, la postazione dell’uomo saggio non era in poltrona, sicuramente seduto, ma più spesso a gambe incrociate per terra. In occidente, invece, più la poltrona non è la tua, più ti viene calata dall’alto, maggiore il fascino che essa esercita sugli ominicchi e i quaquaraquà (prendendo a mutuo la suddivisione dell’umanità che Leonardo Sciascia posò sulle labbra del don Mariano nel Giorno della Civetta).
Prendo il cranio amletico in mano e aggirandomi tra dubbi più o meno esistenziali mi pongo dinanzi al dilemma della poltrona: chi fa più pena, colui che anela alla poltrona solo per poggiarvi la parte più nobile che ha, o colui che, senza onorare il talamo del merito, gonfia il petto nello scegliere le natiche che debbano scaldare dette poltrone?

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